Oltre all’impegno di Telefono Azzurro con la linea 116.000, per intervenire in maniera organica sul fenomeno dei bambini e adolescenti scomparsi, e in particolare proteggere i minori migranti non accompagnati che sbarcano soli e finiscono vittime di tratta, serve l’impegno dell’Europa. Un tema chiave della contemporaneità, che abbiamo affrontato in questa intervista con l’on. Caterina Chinnici, eurodeputato e co-presidente dell’Intergruppo Ue per i diritti dei minori.

 

DOMANDA. Onorevole Chinnici, quale tipo di attenzione e sensibilità c’è a livello di organismi UE su questo tema, e – cercando di fare una sintesi -  quali sono le misure che si stanno mettendo in capo a livello sia politico che operativo sul tema scomparsi?

RISPOSTA. Credo che l’attenzione alla tutela dei minori sia molto cresciuta negli ultimi tempi, anche per effetto delle campagne di sensibilizzazione sempre più frequenti a vari livelli e per reazione ai fatti di cronaca che piuttosto spesso ci raccontano di abusi o diritti violati nei confronti dei più piccoli. In chiave generale, a mio avviso siamo ancora lontani dall’orientare le politiche comunitarie alla concreta e sistematica attuazione di quel principio cardine che è il superiore interesse del minore, sancito dalla convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, recepito dalla carta UE dei diritti fondamentali e ribadito dalla giurisprudenza della Corte europea di giustizia. È una questione che attraversa molti settori e ambiti decisionali e per questo ho fortemente voluto la costituzione di un apposito intergruppo nell’europarlamento che, con approccio trasversale e multidisciplinare, sappia svolgere sia una funzione di monitoraggio che un vero e proprio ruolo di proposta. Proprio con riguardo ai minori scomparsi, ben più di  200mila all’anno in UE stando al numero di denunce, a febbraio l’intergruppo, che io co-presiedo, ha lanciato agli europarlamentari l’appello per la sottoscrizione di un piano in cinque punti elaborato da Amber Alert Europe. A maggio, raggiunto e superato il «quorum» necessario, la proposta è stata trasmessa alla Commissione Europea e al Consiglio dell’UE. Nella dichiarazione, firmata da 465 eurodeputati, si chiede di aderire al piano e, in particolare, di compiere ogni sforzo per incoraggiare la pratica di informare immediatamente le forze dell’ordine, le autorità di frontiera e la cittadinanza del paese confinante quando un bambino è in pericolo in una zona frontaliera o le forze dell’ordine sospettano che abbia attraversato una frontiera interna. Per comprendere quanto siano importanti queste forme di cooperazione in emergenza e quanto conti la tempestività, basti pensare che molte volte la ricerca di un bambino scomparso si interrompe alle frontiere interne e che il 76% dei bambini uccisi dopo il rapimento ha perso la vita nelle prime tre ore successive alla scomparsa. E la collaborazione della cittadinanza può essere un fattore rilevante, considerato che più del 37% degli europei vive in zone frontaliere. L’auspicio è che l’Unione agisca al più presto perché i numeri di questo fenomeno sono davvero impressionanti.

D. Il riferimento, sul tema, è il numero unico 116.000, gestito in tutti i Paesi Ue da realtà non profit. Qual è il suo giudizio su questo tipo di collaborazione con le Ngo, e qual è il valore aggiunto nella gestione del servizio che una Ngo può dare alle autorità preposte (Forze dell’ordine, tribunali ecc)?

R. Come ho spesso affermato, le organizzazioni non governative e il mondo non profit sono alleati essenziali per le istituzioni in tutte le attività di carattere umanitario, perché con la loro conoscenza della realtà, il loro patrimonio di competenze specifiche e la loro presenza sul campo riescono a svolgere servizi che i governi e le amministrazioni da soli non potrebbero garantire. Non a caso per il lavoro da portare avanti attraverso l’intergruppo abbiamo fin da subito cercato di costruire un rapporto di stretta collaborazione con le organizzazioni non profit, e penso sia fondamentale che l’Unione Europea non faccia mai mancare loro il giusto sostegno.

 

D. Il tema più urgente è quello delle migrazioni, delle decine di migliaia di migranti minori non accompagnati, e della loro “scomparsa”, vittime di organizzazioni criminali che li destinano a una vita di abusi e sfruttamenti. Che cosa sta facendo l’Intergruppo che lei presiede in particolare su questo tema?

R. Nello scenario della crisi migratoria, che l’Europa non riesce ancora a gestire unitariamente attuando una  piena condivisione della responsabilità, la vicenda dei minori non accompagnati è certamente l’aspetto più drammatico e al tempo stesso preoccupante. I bambini e gli adolescenti che giungono in Europa con i viaggi della speranza sono sempre più numerosi. Molti di loro arrivano senza genitori o altre persone che possano prendersene cura e in tanti, poi, scompaiono nel nulla: 10mila, secondo i dati consolidati di Europol, quelli di cui si sono perse le tracce in Europa nel 2015, metà dei quali solo in Italia. E sono proprio loro i soggetti più vulnerabili, quelli che più vanno incontro al rischio di subire reati e di essere sfruttati o reclutati dalle reti criminali. Proprio nei giorni scorsi si è tenuto in commissione Libe il dibattito sul progetto di revisione del regolamento di Dublino in tema di asilo e l’intergruppo ha formulato alcuni emendamenti che puntano, fra l’altro, a prevenire il fenomeno. In particolare, sono intervenuta in aula per sottolineare che probabilmente la proposta della Commissione Europea non offre adeguate garanzie sull’uniformità di trattamento nei punti di accoglienza dei vari stati membri e, soprattutto, che è necessario che i minori siano identificati correttamente e seguiti nei loro spostamenti, perché controllarli nell’attesa che siano esaminate le istanze d’asilo vuol dire proteggerli, vuol dire ridurre il rischio che scompaiano e finiscano nelle maglie della criminalità. 

 

D. Oltre alle misura pratiche, immediate, per affrontare l’arrivo e la “gestione” dei minori migranti non accompagnati, è ormai necessario ripensare globalmente le politiche di accoglienza, perché siano pronte a offrire non solo risposte all’emergenza immediata, ma anche a disegnare, per questi bambini e adolescenti, un futuro. Ci si sta muovendo in questa direzione, più politica e meno emergenziale?

R. Ritengo che il futuro da disegnare sia l’integrazione, che per esempio significa garantire istruzione e formazione. Non realizzare l’integrazione significherebbe, invece, dover fare presto i conti con un’intera generazione di cittadini-fantasma posti ai margini della società. I continui flussi migratori ai quali assistiamo sono un fenomeno epocale al quale non si può rispondere alzando muri e blindando i confini. Sarebbe anacronistico. Occorre certamente un approccio sovranazionale, quello invocato in un’importante risoluzione approvata dal Parlamento Europeo nei primi mesi di questa legislatura, quello che ispira l’Agenda europea sulla migrazione varata dalla Commissione Europea. I passi in avanti non sono mancati ma di fatto non sempre, come si è visto, le azioni degli stati membri sono state convergenti. Occorrerebbe anche aprire canali legali di immigrazione che, fra l’altro, potrebbero mettere fuori gioco le organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani. Occorrerebbe, inoltre, lavorare per porre fine ai conflitti e alle crisi che causano gli esodi.  Sono tutte cose di cui si discute, ma la questione è davvero molto complessa e l’Europa non riesce ancora ad affrontarla parlando con una voce sola. Tuttavia, non considererei il momento dell’accoglienza secondario rispetto all’obiettivo dell’inclusione sociale. Ritengo che questo valga a maggior ragione per i minori. Tutti. L’integrazione inizia proprio dagli hotspot dove avviene l’identificazione, e mi piace ricordare, in questo senso, che con Unicef abbiamo lanciato a gennaio un decalogo di raccomandazioni rivolto agli operatori degli hotspot, centri la cui istituzione ha posto questioni molto delicate sulle procedure di registrazione, riconoscimento ed eventuale rimpatrio. Trovo di estrema importanza che in questa fase iniziale siano attuate tutte le misure necessarie per garantire il pieno rispetto dei diritti fondamentali di ciascun migrante, con particolare attenzione ai minorenni. Abbiamo indicato alcune priorità, tra cui garantire cure ai minorenni, escludere forme di detenzione collegate allo status di migrante, assicurare il diritto di richiedere protezione internazionale, utilizzare strutture d’accoglienza conformi agli standard minimi per la tutela di bambini e adolescenti, seguire procedure adatte all’età del minorenne, avvalersi di operatori adeguati per numero e competenza specifica, rispettare il principio del superiore interesse del bambino e, infine, adottare decisioni sempre orientate alla riunificazione o non-separazione familiare se coerenti con l’interesse del minorenne.