Ivan Cotroneo: «Ragazzi, non abbiate paura dei bulli»

Un libro uscito nel 2010, e un film che è partito “dal basso” diventando via via un fenomeno fatto di proiezioni nelle scuole e di una vera e propria turnée di incontri e dibattiti post proiezione. Il libro e il film hanno lo stesso titolo, Un bacio, e lo stesso è anche l’autore-regista, Ivan Cotroneo, diventato anche appassionato protagonista, insieme ai ragazzi di decine di scuole in tutta Italia, di incontri che mettono al centro il tema del film: la difficoltà e la bellezza di essere adolescenti, il dramma del bullismo e dell’emarginazione, fino alle estreme conseguenze. Per la sensibilità con cui Cotroneo ha raccontato questo complesso mondo, è stato premiato da Telefono Azzurro all’ultima edizione del Premio Infanzia.

 

DOMANDA. Dal suo lavoro emerge il tema dell’amicizia come spazio sacro, luogo chiuso e sicuro contro le paure, le incertezze. Eppure è proprio all’interno di questo cerchio magico che esplode il dramma/i drammi. Amicizia e amore sono due valori positivi, ma anche dirompenti. Quanto gli adolescenti di oggi sono in grado di fare i conti con le proprie emozioni? Guardando all’attualità pare di vedere un’eccessiva fragilità emotiva nei ragazzi di oggi. Che cosa è venuto a mancare?

RISPOSTA. È vero che nel film Un bacio, e nel mio lavoro in generale, l’amicizia è raccontata nella sua potenza esplosiva e svolge un ruolo salvifico, almeno fino a un certo punto. Ma ci tenevo a sottolineare come l’amicizia (e per certi versi anche l’amore) non possano che nutrirsi di dialogo e confronto. Quando nel film esplode il dramma, nonostante l’amicizia, è la mancanza di dialogo a provocarlo. Dialogare però significa anche esporre le proprie debolezze, oltre che l’originalità del proprio pensiero e della propria personalità, e la mia impressione è che abbiamo immerso i ragazzi di oggi in un ambiente troppo giudicante per potergli chiedere poi di aprirsi veramente. La loro difficoltà non è credo la fragilità in sé, ma la paura che una normale e comprensibile fragilità venga giudicata, derisa, condannata.

 

Lei ha ripetuto più volte, presentando il suo lavoro, che il film è un «invito a non avere paura». Rispetto ai suoi 16 anni, gli adolescenti di oggi – all’apparenza così “adulti”, globali, connessi - convivono e si confrontano con più o con meno paure rispetto alla sua adolescenza? Quali le più drammatiche?

Credo che le paure di questa generazione siano le stesse della mia, forse le stesse di chi sempre si affaccia alla vita adulta. Ma la mancanza di curiosità e interesse per ogni tipo di differenza che si avverte nella società di oggi, per non dire delle fobie verso tutto ciò che appare ‘diverso’,  amplificano la paura di sentirsi fuori, di sentirsi esclusi. La paura di non essere all’altezza, di essere sommariamente giudicati o etichettati, e attraverso i social di essere conosciuti e restituti al mondo solo con un sostantivo spregiativo, queste credo siano le paure più forti.

 

Un tema importante è quello che riguarda gli adulti: i genitori, gli insegnanti. Che pur con tutte le buone intenzioni, e l’impegno, restano irrimediabilmente estranei alle dinamiche adolescenziali. Quali sono, a suo parere, i possibili “canali di comunicazione” attraverso i quali si può tessere un dialogo tra questi due mondi?

Come sempre la comprensione, e per quanto riguarda gli adulti anche una maggiore empatia per quello che significa l’età adolescenziale. Solo se si accetta, mettendosi al livello di chi lo sperimenta per la prima volta nella vita, che un insulto o un’esclusione possano fare male profondamente, si può comprendere il senso di vergogna che devasta chi viene insultato, ferito o bullizzato e aiutare chi soffre di questo insensato sentimento di vergogna a liberarsene e a raccontare quello che sta vivendo. Credo sia nostro dovere di adulti aiutare i ragazzi a sovvertire questo punto di vista, a trasferire la vergogna su chi bullizza e non su chi viene bullizzato. E questo può avvenire attraverso tanti canali, ma tutti necessarimente alimentati dalla voglia di comprendere. 

 

La scuola è – e dal suo film esce prepotentemente – prima e più ancora che luogo d’istruzione, ambito di crescita dei ragazzi a 360 gradi. Quanto la scuola è attrezzata per svolgere “anche” questo compito, che va al di là della didattica, dei programmi ministeriali ecc?

È difficile parlare in generale. Io ho girato tanto con il film, so che lo farò ancora. Ho visto questi ambiti di crescita che sono le scuole svolgere pienamente la loro funzione, ho incontrato ragazzi che mi hanno detto di essere stati ‘salvati’ (il verbo è loro) dagli insegnanti. Ho visto scuole dove invece questo non succede, e dove la paura del giudizio tocca anche i professori, ai quali d’altra parte non si può chiedere di vivere fuori da questo mondo e non subirne come tutti le ingiustizie. Ma ci sono molte scuole dove non sono andato, e dove forse con il mio film non andrò. Non in tutte le scuole la lotta al bullismo e all’omofobia è considerata una priorità, e di questo mi dolgo.

 

Il web, i social network, hanno amplificato in maniera drammatica i casi e gli episodi di bullismo. Hanno alzato il livello di violenza e, peggio, hanno tolto consapevolezza sul “male” che si può arrecare al proprio coetaneo. Nei suoi incontri con i ragazzi ha visto emergere questo tema? Quanto e cosa sanno i ragazzi dei pericoli della rete?

Sì, è un tema molto spesso toccato negli incontri, grazie anche al fatto che che nel film se ne parla. Ho incontrato ragazzi informati, anche dei pericoli che si corrono, e della possibilità di ricorrere all’aiuto delle autorità e della polizia postale. Eppure non mi sono stancato di ripetere quanto questo ambito sia sensibile, perché è evidente che per loro quello che compare sui social e su internet rappresenta una forma potente di diffusione, ne avvertono la violenza, la temono. E’ palese che la considerano una possibile arma di ricatto, come si vede peraltro anche da drammatici fatti di cronaca. Anche qui, la mia impressione è che bisognerebbe non solo informare, ma anche comprendere quello che può significare per un ragazzo o una ragazza questo tipo di umiliazione. Questo potrebbe aiutare ad abbattere i muri di silenzio, dove ci sono.

 

Il film è stato l’occasione, per lei, di incontrare e confrontarsi con migliaia di ragazzi. Che cosa ha scoperto di più, o di diverso, degli adolescenti di oggi durante questi incontri? C’è un elemento, una sfumatura in più che – ora – vorrebbe magari "aggiungere" al suo film?

Ho scoperto, e imparato e preso tantissimo da questi incontri, e tanto scoprirò ancora nei prossimi. Le migliaia di ragazzi che ho incontrato, e quelli che mi hanno scritto o  che si sono parlati fra loro e con i protagonisti del film sui social e sul sito facebook del film con l’hashtag #lamiciziatisalva mi hanno confermato come l’immagine che noi adulti abbiamo di loro sia superficiale e viziata. Sono ragazzi pieni di vita, di interessi, di passioni, i cui maggiori problemi vengono da schemi e vizi e discriminazioni che noi adulti abbiamo lasciato accadere nella nostra società, e contro cui dobbiamo combattere.  Ci sono tante cose che mi verrebbe da aggiungere al film, ma la più importante è qualcosa che già c’è, perché è nata prima della realizzazione del film, nella fase di scrittura, quando incontravo  i ragazzi nelle scuole per parlare di bullismo. È stato lì che ho deciso, e scelto con forza, che il film dovesse essere sì duro e spaventoso per quello che riguarda i possibili pericoli, ma  anche parlare apertamente di speranza. Ed ecco, finire su quella nota di speranza, sulla coscienza di potere scrivere il futuro in maniera diversa, è una cosa che rifarei con molta forza e convinzione.