Il Presidente di Telefono Azzurro Ernesto Caffo ha fatto il punto sulla situazione italiana dei bambini con i genitori in carcere, cercando di spiegare quali siano i rischi per loro e ricordandoci che si tratta di una responsabilità collettiva, che riguarda tutti noi.

 

Il punto fondamentale da cui partire, il vero elemento chiave del discorso, è che i bambini che hanno i genitori in carcere non sono colpevoli di nulla, tanto meno di ciò che hanno fatto i loro genitori.

È importante capire la necessità di mettere al centro della nostra attenzione ancor di più quei bambini che han perso temporaneamente un genitore – il quale a sua volta fa fatica a sviluppare un ruolo genitoriale – e che quindi hanno bisogno di essere protetti e aiutati in ogni modo dalla comunità. Il motivo è semplice: questi bambini dovranno diventare cittadini responsabili in una società in cui costruirsi una loro autonomia, e per questo serve l’aiuto di tutti, nessuno escluso.

Bisogna comprendere come ci possa e ci debba essere un’attenzione particolare all'ascolto e al sostegno del bambino che si trova in queste condizioni, ricordandoci però che oggi questo percorso richiede un impegno ancora maggiore rispetto agli anni passati, trasversale e da parte di tutte le maggiori Istituzioni (Parlamento, Governo, enti...) le quali non possono più perdere l’occasione di aggiornarsi rischiando di rimanere indietro. Il sistema penale e carcerario deve essere molto più attento alla tutela dei bambini, anche quando si tratta di portarli nei tribunali, in modo che non siano strumento di burocrazie o di meccanismi arcaici che purtroppo si mantengono più per abitudine che per una visione razionale di quello che potrebbe essere lo scenario altrimenti.

 

Non si tratta (soltanto) di creare dei nuovi centri. Il discorso è molto più ampio.

 

Il sistema di aiuto ai bambini e alle loro famiglie deve diventare sempre più efficace, nell’ottica di evitare che quella che per loro è già di per sé una sofferenza possa diventare danno, devianza, fino a sfociare in fatti come quelli di Rebibbia. Serve una forte azione di sostegno, tangibile ma allo stesso tempo in un’ottica di riservatezza, perché è importante che i bambini vengano aiutati senza dare visibilità alle nostre azioni di supporto, fuori o dentro al carcere. Certo, la situazione ideale vorrebbe che loro in carcere non ci entrassero mai, ma nelle situazioni estreme bisogna trovare le modalità, i mezzi e i nuovi strumenti – come già avviene in altri Paesi europei - per cui il carcere sia un percorso in cui in ogni caso si resta genitori e, nel caso dei bambini, figli.

Il bambino non c'entra, questo è il fulcro della questione. Se un genitore è colpevole delle cose più efferate, il bambino è e resta comunque innocente, non deve pagare nulla. Piuttosto è importante che non venga ingannato ma che diventi consapevole della situazione in senso positivo: delle leggi, dei regolamenti, del fatto che la società abbia delle regole e che il percorso carcerario non è punitivo, ma di riabilitazione. Noi in quanto comunità non possiamo fare un passo indietro in nessun modo, perché è un diritto del bambino quello di avere ascolto, ancor più se ha dei genitori in difficoltà.